Ghisolabella, Piccarda, Francesca: Tre donne della Commedia vittime della violenza maschile

Ghisolabella Caccianemico

Nell’ottavo cerchio della prima cantica, Dante colloca i peccatori fraudolenti distribuiti in dieci zone dette Malebolge digradanti verso l’orrido fondo del lago ghiacciato Cocito dove impera il re del male, Lucifero.

Le Malebolge sono luoghi mostruosi dove è punita ogni forma di perversione, di frode e di inganno.

Nella prima delle Malebolge, tra la folla dei ruffiani dannati a correre sotto i colpi di frusta dai diavoli che eternamente li percuotono alle natiche, Dante ne riconosce uno. È il nobile guelfo di Bologna, Venedico Caccianemico, noto alle cronache del suo tempo per essere stato podestà a Milano, Imola e Pistoia. La colpa che lo infogna nell’inferno è l’induzione con lusinghe a prostituirsi dalla sorella Ghisolabella:

I’ fui colui che la Ghisolabella
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.

(Inferno, Canto XVIII, vv. 55-57)

Con queste parole, coperto di vergogna e di infamia per essere stato individuato tra i dannati, Caccianemico confessa il suo peccato a Dante. Ha fatto della avvenente sorella, peraltro già sposata a tale Nicolò Fontana, lo strumento per raggiungere le sue mire: farsi amico del potente signore di Ferrara, Azzo VIII d’Este, per ricavarne denaro e potere a suo vantaggio.

La giovane Ghisolabella cede alle lusinghe reiterate del fratello che esercita su di lei una pressante violenza psicologica. La sua prostituzione pretesa dal fratello che la induce a soddisfare gli appetiti sessuali di Azzo, pone anche Ghisolabella tra le sventurate figure femminili emblema della violenza maschile perpetrata in ogni tempo punto.

E, ancora una volta, la vessazione si sviluppa e si consuma in ambito lefamiliare.

Le Malebolge

Piccarda Donati

E ancora di una violenza tra familiari trasmessa dalle cronache fiorentini zeppe di faide, intrighi e turbolenze politiche, è protagonista la giovinetta Piccarda della potente parentela dei Donati che capeggiano in Firenze, ai tempi di Dante, la fazione guelfa dei Neri dove militano i nobili e i magnati della città in opposizione alla fazione guelfa dei Bianchi composta dal popolo minuto, la piccola nobiltà e il ceto colto della popolazione.

Le due fazioni sono in costante conflitto, seminando odio, vendette e tumulti che devastano la città dove prevalgono nel governo or l’una, or l’altra fazione con alterna fortuna.

Busto di Piccarda Donati del Bastianini (1855)

La donna in questo contesto sociale e politico è considerata del tutto subordinata all’uomo. Il suo destino è determinato nell’ambito familiare tra la procreazione e la monacazione. Forse per fuggire dalla decisione presa dal fratello Corso che l’ha promessa in sposa al suo alleato politico Rossellino della Tosa, Piccarda si rifugia in convento tra le suore Clarisse a Monticelli presso Firenze. Dante, che certamente ne aveva avuto conoscenza nella sua giovinezza per i suoi frequenti rapporti e contrasti politici con il ceppo dei Donati, nel terzo canto del Paradiso, incontra Piccarda trasfigurata dalla fulgente bellezza della beatitudine celeste e non la riconosce. È lei stessa che si presenta:

I’ fui nel mondo vergine sorella; 
e se la mente tua ben sé riguarda, 
non mi ti celerà l’esser più bella,                                   

ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda 

(Paradiso, Canto III, vv. 46-49)

Poi la beata parla di sé. Di come, volendo fuggire dal mondo devastato dall’odio e dalle lotte intestine, abbia scelto di seguire l’esempio di Santa Chiara e sia entrata nel suo ordine monacale promettendo col voto di vivere un’esistenza contemplativa. Ma nella notte di San Melchiade del 1285, il fratello Corso e il pretendente Rossellino prendono d’assalto il convento. Il chiostro si riempie delle grida delle suore. Piccarda è rapita.

Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, 
fuor mi rapiron de la dolce chiostra: 
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.    

(Paradiso, Canto III, vv. 106-108)

È da notare la delicatezza e il pudore di Piccarda nel coprire la storia di un’anima drammaticamente colpita da una violenza familiare. Non nomina il fratello e gli altri che irruppero nel convento. Dice soltanto che costoro erano più avvezzi al male che al bene. Quanto a lei, Dio solo sa quel che fu poi la sua vita, lasciando trasparire nella brevità del verso la nostalgia del dolce chiostro e l’amarezza di una vocazione tradita.

Francesca da Polenta

Nel secondo girone infernale della Divina Commedia,

enno dannati i peccator carnali, 
che la ragion sommettono al talento

(Inferno, Canto V, vv. 38-39)

Si parla del V canto dell’Inferno, quello che a scuola ci hanno insegnato a chiamare dei lussuriosi. Canto celeberrimo per la vicenda dei protagonisti Paolo e Francesca e, in realtà, poco compreso quando si pensi al tema universale sottostante la loro storia: il drammatico scontro della passione amorosa quando incontra e travalica lo scoglio della coscienza morale.

La coscienza morale imponeva a Paolo e Francesca, entrambi sposati e genitori, di osservare gli obblighi di fedeltà verso i loro coniugi. L’impeto della passione frantuma la barriera morale e li porta alla colpa e alla morte violenta. Ma cosa li condusse a tanto? Dante non lo dice. Evoca solo l’esito finale di un incontro fatale; di una passione che prima si agita nei pensieri dei protagonisti e poi si traduce in desiderio e quindi sfocia nel bacio tra gli amanti:

questi, che mai da me non fia diviso,                          
la bocca mi basciò tutto tremante. 

(Inferno, Canto V, vv. 135-136)

Tra le altre, la fonte più attendibile circa i protagonisti e la loro storia d’amore è il Boccaccio che per avere parenti in Ravenna raccolse informazioni di prima mano sulla travagliata vicenda, all’origine della quale sta l’intento dei potenti Malatesta di Rimini di stringere alleanza con il casato dei da Polenta di Ravenna per contrastare le mire espansionistiche di Venezia sui territori dell’Adriatico. I due potenti casati sanciscono i patti e li suggellano con la stipula di un matrimonio per procura tra Gianciotto figlio dei Malatesta e Francesca figlia dei da Polenta. I due non si sono mai visti prima. Ma Gianciotto, uomo risoluto e battagliero, è deforme nel fisico e rozzo nei modi. Si teme che Francesca non lo accetti. Allora si pensa ad un inganno che eviti la ripulsa. Gianciotto ha un fratello, Paolo, assai bello nel corpo e molto “costumato”. Questi è incaricato di portare la richiesta di matrimonio al palazzo di Guido Minore da Polenta, padre di Francesca.

La fanciulla lo vede bello e prestante, da una finestra dove una cameriera glielo indica dicendo: “Quelli è colui che deve esser vostro marito” (Boccaccio). È attrazione a prima vista e speranza di un matrimonio felice.

Ma così non sarà. Facile immaginare la delusione della povera Francesca quando a Rimini l’attende come sposo il rozzo e deforme fratello di Paolo, Gianciotto. Dalla loro unione nasce una figlia chiamata col nome della nonna paterna Concordia. Il bel Paolo peraltro è già sposato da anni e padre di due figli. Dunque Francesca e Paolo sono cognati. Delle relazioni che intercorrono tra i due nel contesto dello stesso ambiente cortigiano non ci sono notizie prima che Dante ne scrivesse la tragica fine. Certo intercorse una taciuta attrazione doverosamente occultata, ma pronta a tradursi nella passione che fu loro fatale, come rivela Francesca nel verso 106: “amor condusse noi ad una morte”. Una stessa morte. L’opinione prevalente è che l’assassinio dei due amanti sia avvenuto nel 1285 nel castello di Gradara, proprietà dei Malatesta. Il marito di Francesca, Gianciotto, è a Pesaro, città molto vicina a Rimini, dove ricopre la carica di podestà. Paolo è giunto a Gradara per passarvi qualche tempo dei suoi ozi. I due cognati hanno in comune la bellezza, la nobiltà, la cultura. Si appartano a conversare e leggere nella quiete di una solitudine complice di rapporti più intimi. Leggono la storia di Lancillotto e del suo amore per la regina Ginevra. È la scintilla che accende una passione ormai incontenibile. Dice fremendo Francesca:

ma solo un punto fu quel che ci vinse.                        
Quando leggemmo il disiato riso 
esser basciato da cotanto amante, 
questi, che mai da me non fia diviso

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: 
quel giorno più non vi leggemmo avante».      

  (Inferno, Canto V, vv. 132-138)

Dante non dice altro su quel che avvenne dopo quel bacio nei giorni seguenti.

Stando al Boccaccio, “perseverando Paolo e Francesca in questa dimestichezza…insieme cominciarono ad usare” e non serve molta fantasia a capire come.

Ma di questi incontri nascosti, a lungo andare, si accorge un fedele servitore di Gianciotto, podestà in terre poco lontane da Rimini.

Il servo, una volta certo della loro relazione per averli più volte spiati nella loro intimità, si reca da Gianciotto e racconta quanto ha scoperto.

La rivelazione lo sconvolge. Prende il cavallo e torna di nascosto al suo castello. Il servo, al momento opportuno, gli indica la stanza dove i due amanti condividono gli spasimi del loro amore. È furente. Bussa con fragore all’uscio chiuso dall’interno, intimando a Francesca con voce alterata che gli apra la porta. I due amanti, spaventati e sorpresi, cercano di rivestirsi in tutta fretta. Francesca conosce e indica a Paolo una stretta via di fuga per un corridoio che scende in una camera sottostante. Pensa che forse potrà giustificare il suo indugio nell’aprire la porta perché intenta a svegliarsi e vestirsi dopo il suo riposo. Con lei non avrebbero trovato nessuno.

Intanto Paolo si getta verso il corridoio indicando a Francesca di aprire al marito, credendo ormai di riuscire a mettersi in salvo. Ma accade l’incredibile perché all’inizio della stretta via di fuga, nell’agitazione dell’animo e nel disordine del vestito, rimane impigliato ad un ferro uncinato che fuoriesce da una trave di sostegno. Tira per strappare il vestito. Inutilmente. Francesca ha già aperto al marito furibondo che subito si accorge di Paolo che si dibatte per liberarsi. Si precipita con lo stocco in mano verso il fratello per ucciderlo e Francesca si frappone tra i due nell’estremo tentativo di salvare l’amante. La prima a cadere è lei, trapassata nel petto. Poi tocca a Paolo.

Dice ancora Boccaccio che Gianciotto, “amendui lasciatigli morti, tornassi all’ufficio suo”. Come se nulla fosse perché a nessuno poteva e doveva rendere conto del duplice omicidio. E conclude ancora il Boccaccio: “Furono poi li due amanti con molte lacrime la mattina seguente seppelliti ed in una medesima sepoltura”.

Giuseppe Piantoni

Treviglio, 25 marzo 2021