C’era una volta il Limbo

Sono nato il 18 luglio 1942 e il giorno successivo mia madre (mio padre era chiuso in un campo di lavoro in Germania) si affrettò a farmi battezzare perché i bombardamenti degli alleati incombevano seminando morte e terrore e perché la piaga della difterite mieteva con frequenza piccole vittime proprio nella temperie bellica. 

Con il battesimo, mia madre voleva garantirmi che, in caso di destino avverso, sarei salito subito in Paradiso. Altrimenti, come si credeva, sarei finito nel “Limbus puerorum”, nel Limbo dei piccoli figli innocenti morti senza battesimo. Ma qual era l’origine di quell’insegnamento della Chiesa cattolica? Il termine Limbo era stato adottato nella terminologia ecclesiastica solo dopo che Pietro Lombardo (autore dei celebri “Libri delle Sentenze”, teologo e vescovo di Parigi, morto nel 1160) lo aveva coniato come luogo dell’Inferno destinato ad accogliere le anime meritevoli del Cielo per il valore della loro vita e delle loro opere, ma prive della redenzione perché vissute prima della venuta del Cristo. Nel Limbo, secondo la credenza dei cristiani, insieme con questi spiriti insigni e giusti, sarebbero stati anche i bambini innocenti morti senza battesimo, unico sacramento capace di estinguere l’eredità del peccato originale. Le idee circa la conformazione di quel luogo infero e circa lo stato delle anime quivi collocate erano ovviamente vaghe e lasciate alla fantasia dei credenti. 
Di sicuro si predicava per loro la privazione della felicità eterna nel Paradiso. 

Seguendo quegli insegnamenti della Chiesa, il cristiano poeta Dante nel suo viaggio ultraterreno attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, nel IV canto della Divina Commedia, descrive il suo risveglio traumatico dentro il I cerchio dei gironi infernali che presto conoscerà essere il Limbo. Ma di come il poeta si ritrovi in quel luogo restiamo ignari perché non lo ha svelato. 

Forse vi è stato traghettato dal demonio Caronte dopo aver perso i sensi, atterrito dal terremoto e dal lampo vermiglio che scuotono la “buia campagna” affacciata sul livido fiume Acheronte, dove attendeva con la sua guida Virgilio di attraversarlo con le altre anime dannate. Forse per qualche misterioso intervento divino. O forse il poeta ha inteso comunicarci il senso del prodigioso e del soprannaturale. 
Comunque sia, ridestato dal suo deliquio per il fragore violento di un tuono, egli si ritrova sull’altra sponda del fiume infernale e ciò che vede lo riporta alla coscienza del suo drammatico viaggio fisico e spirituale. 

“Vero è che ’n su la proda mi trovai de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.”
(Inferno, Canto IV, vv.7-9) 

Gli è accanto Virgilio, che dopo la sua morte è stato collocato nel Limbo degli spiriti magni dell’età classica, e, insieme, diverse altre 

“…turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri.”
(Inferno, Canto IV, vv.29-30)

Tutti costoro sono privati per sempre della visione di Dio. 
È negato il cielo, luogo della suprema felicità, ma nel Limbo non soffrono di alcuna pena infernale. Vivono in libertà godendo di una felicità naturale alla luce della ragione e dell’arte. Traspare chiaramente dai loro sospiri la malinconia e la mestizia per il desiderio inesauribile di Dio, ma sono esenti dalla disperazione, dal dolore e dalle grida che connotano le pene dei dannati nei successivi gironi infernali. 

Sul piano dottrinale Dante è rigorista: senza battesimo non c’è salvazione. La giustizia della condanna al Limbo è esigita, secondo Dante, dalle ragioni dogmatiche della teologia scolastica in cui si è formato. 
E tuttavia l’intero canto è pervaso dal senso di pietà; si vela dell’empatia e della partecipazione accorata del poeta all’angoscia dei rinchiusi nel Limbo per l’eternità. 
Il piano della dottrina e quello dell’arte si fondono, in questo canto, nella immaginifica creazione del luogo e dei personaggi che Dante vi incontra. 

Educato nella fede cristiana espressa dal simbolo niceno-costantinopolitano dove la formula “descendit ad Inferos” (discese agli Inferi) lascia intendere che Cristo prima di salire al cielo discese nel Limbo, Dante ne chiede conferma alla sua guida Virgilio: 

“Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore, …uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?” 

(Inferno, Canto IV, vv.45-50)

Occorre ricordare che Virgilio, morto nell’anno 19 avanti cristo, giaceva da circa cinquant’anni nel Limbo,  quando avviene la discesa del Cristo risorto. Può dunque rispondere e testimoniare: 

“Io era nuovo in questo stato, 
quando ci vidi venire un possente, 
con segno di vittoria coronato…” 
(Inferno, Canto IV, vv.52-54) 

e portare con sé Adamo, Abele, Noè, Mosè, Abramo, Davide, Giacobbe e Rachele sua moglie con i dodici figlie molti altri personaggi dell’Antico Testamento. 

Dunque sono stati salvati e tolti dal Limbo tutti coloro che hanno creduto in Dio e nella venuta di un Messia, vivendo nella sua attesa, oltre a quelli che durante la vita terrena del cristo ne hanno accolto la parola e sono stati fedeli al suo insegnamento. 
Restano nel Limbo solo i bimbi morti senza battesimo e i grandi saggi dotti e giusti che vissero virtuosamente prima di Cristo e per conseguenza non lo hanno conosciuto. Dante ne cita un buon numero. 

Ci piace ricordare tra gli altri il sommo filosofo Aristotele, che Dante immortala nel celebre verso come “Il maestro di color che sanno”.  Fin qui la dottrina. Poi la creazione e la fantasia dell’arte. L’alta considerazione e l’ammirazione che Dante nutre per gli spiriti magni vissuti prima di Cristo, la cui fama dura da secoli nel tempo, gli fanno ideare per loro dimora: 

“…un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura, 

difeso intorno d’un bel fiumicello.” 
(Inferno, Canto IV, vv.106-108) 

Al castello si accede “per sette porte” che sboccano “in prato di fresca verdura”.  Oltre il senso letterale della narrazione, taluni studiosi, consapevoli che il poema è intriso di significati e insegnamenti sottostanti al racconto letterale, hanno individuato nel castello il simbolo della sapienza umana che connotò la vita degli spiriti magni. E nelle sette mura che lo difendono le sette parti della Filosofia Scolastica del Medioevo. E nelle porte di accesso al castello, le sette arti del Trivio e del Quadrivio. Nel parato erboso “verde smalto” il perdurare della fama dei personaggi più noti dell’età classica. E via dicendo. 

Ma cosa resta oggi di quel cosmo dantesco fondato, per secoli, sulla triplice partizione di terra dei viventi; di cielo destinato ai santi e ai beati; di Inferi popolati delle anime dei dannati?  Le scoperte scientifiche e l’evoluzione del pensiero critico hanno minato alla radice l’impianto di quel sistema cosmologico e le certezze circolanti nel mondo cristiano medievale e, per molti aspetti, fino ai nostri nonni. Oggi le fondamenta concettuali della topografia fisica e morale su cui Dante fonda la sua imponente e meravigliosa opera d’arte non reggono più.  La stessa Chiesa ha tolto il Limbo dalla sua dottrina e anche mia madre non avrebbe vissuto nell’assillo di una mia perdita prima che fossi battezzato. 

Marzo 2020
Giuseppe Piantoni
(Presidente del Comitato di Treviglio della Società Dante Alighieri) 

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